Il prosciugamento

Testi di Marino Santoriello
  
Il prosciugamento del lago Fucino e la bonifica delle paludi pontine facevano parte di un più ampio quadro progettuale che per primo Giulio Cesare aveva avuto in animo di realizzare. Questo quadro progettuale prevedeva anche la costruzione del porto di Ostia e la canalizzazione dell'istmo di Corinto. Le ragioni di queste opere vanno ricercate nel tentativo da parte di Giulio Cesare di dare risposta al gravi problemi sociali presenti nell'impero Romano. In prima istanza vi era il problema dell'approvvigionamento del grano. La canalizzazione dell'Istmo di Corinto avrebbe reso più breve e meno pericolosa la navigazione al vascelli che trasportavano grano dall'Oriente così la costruzione del porto di Ostia poteva offrire alle navi stesse un sicuro riparo sulle inospitali coste del Lazio.
 
Il prosciugamento del lago Fucino e la bonifica delle paludi Pontine avrebbero potuto fornire a Roma una riserva di grano nel periodo in cui non fosse stato più possibile trasportarlo dalle province lontane. Inoltre permetteva il recupero di terre fertili da assegnare al veterani delle molte guerre combattute, evitando così di provocare disordini soprattutto da parte della plebe. Per il Fucino si voleva anche dare soddisfazione alle richieste della popolazione marsicana che vedeva ad ogni pie sospinto le proprie terre devastate dalle acque del lago. Cesare fu ucciso prima di poter realizzare questi grandi progetti, che rimasero « sulla carta » per lungo tempo.
 
Fu Claudio a riprendere in epoca successiva il progetto della costruzione del porto di Ostia, dell'acquedotto costruito nell'immensa pianura del Vesuvio, e del prosciugamento del lago Fucino. Certamente, nel riprendere e nel realizzare questi progetti Claudio fu sospinto e consigliato dal suo protetto che troveremo poi come sovrintendente alle opere per la costruzione dell'emissario. Narciso, come ci documenta Svetonio, fece intravedere a Claudio la gloria e la popolarità che avrebbe acquistato nel realizzare parte del grandioso progetto che Cesare, stimato e benvoluto da tutto il popolo, aveva avuto in animo di fare, e gli enormi guadagni che ne sarebbero stati ricavati. Certamente la costruzione dell'emissario del lago Fucino va ascritta tra le grandi opere di ingegneria costruite da, Romani, e suscita ampio interesse soprattutto per lo studio delle tecniche di costruzione che furono poste in atto e che richiesero anni di duro e laborioso lavoro. Non per nulla intorno a questo emissario molto e stato scritto, molte polemiche si sono aperte e molte domande sono poste, ad alcune delle quali, a tutt'oggi, non si e ancora data risposta.

Così, ad esempio, non sappiamo ancora con certezza se Narciso, sovrintendente al lavori, fosse un emerito imbroglione, preoccupato solo di accumulare ricchezze. o un tecnico coscienzioso che più di quel che ha fatto non era in grado di fare. Un'altra domanda, che per secoli gli studiosi si sono posti, e se i Romani prosciugarono tutto, o in parte. o non prosciugarono affatto il lago Fucino. Gia gli scrittori Romani, tra cui Plinio il Vecchio, Dione Cassio, Sparziano, Marziale, Svetonio, cominciarono a polemizzare sui risultati o sull'efficienza dell'opera, nonché sui motivi per cui era stata costruita. Ci si deve rendere conto che la preoccupazione fondamentale di codesti scrittori, più che di informare sulle caratteristiche tecniche, era una presa di posizione politica o di carattere tipicamente giornalistico, se e vero che molto spazio viene dato alla descrizione dell'inaugurazione dell'opera e delle cerimonie che L'accompagnarono, con stile che oggi potremmo definire da rotocalco.
 
Per ritrovare pertanto documentazioni atte ad erudirci sugli aspetti tecnici, dobbiamo rifarci al reperti che possiamo avere a disposizione, e allo studio e agli appunti che sull'emissario romano ci hanno lasciato gli ingegneri costruttori dell'emissario Torlonia. Prima del suo prosciugamento, il lago Fucino distava da Roma poco più di 100 Km. Possiamo ritenere che la sua superficie media si aggirasse intorno al 16.000 ettari, ma a causa delle variazioni del suo livello, questa superficie era soggetta a notevoli mutamenti. Questo lago, coronato dalla catena degli Appennini, che qui si apre quasi ad anfiteatro con distanze pressoché uguali sia dal mare Tirreno che dall'Adriatico, e comprende le valli dell'Aterno e del Liri, riceve le acque che discendono da questa corona di Appennini. La roccia di cui sono formati i monti che circondano il suddetto bacino del Fucino e formata da calcare argilloso, da arenarie, da sabbia silicea e calcarea.
 
Vi sono pure resti di fossili organici e sono presenti solfati di calce, alabastri, marmi bianchi e venati. Si intende, da studi fatti, come le acque di questo lago trovassero sbocco naturale in meandri sotterranei, come riferisce Ignazio Stile nella sua « relazione del lago Fucino ». « ... (le acque)... sen vanno eziandio per interni occulti meati nelle viscere dei monti vicini, ovvero assorte in alcuna profonda caverna che si apre in qualche falda a contatto col lago; com'e appunto quel sito detto la Petogna, ossia bocca del Pitonio, ove i vortici della superficie e 'I rumor che s'ascolta indicano il naturale ingorgarsi cola delle acque fucensi ». Comunque non era sempre garantito lo scolo costante delle acque, sia per intasamenti sia a causa di altri fenomeni naturali. Gli apporti idrici che il lago riceveva, dai torrenti dei monti che lo circondavano, erano controbilanciati, oltre che da modeste filtrazioni, attraverso il calcare fessurato della catena del Salviano, dalla sola evaporazione. Pertanto il lago era soggetto ad una forte instabilità del suo livello e di conseguenza provocava L'inondazione dei territori rivieraschi.
 
Come abbiamo gia ricordato, fu sotto il regno di Claudio che venne costruito il primo emissario teso ad uno stabilizzarsi del livello lacustre e ad una utilizzazione delle terre sottratte al lago. Per lo sbocco naturale dell'emissario, fu scelto il fiume Liri, distante circa sei chilometri dal bordo del lago. Presupponiamo che debbano essere stati condotti studi preliminari da parte dei tecnici di Claudio, sia su rilievi planimetrici sia sulla natura del terreno. Le fonti di informazione ci attestano che tali lavori furono affidati a Narciso, che esercitava funzioni di consigliere, o meglio di segretario di Stato, presso Claudio. Leon de Rotrou ci attesta, rimarcando inoltre L'« abilità » e L'« accortezza » (forse meglio dire « furbizia ») di Narciso, che questi si rivolse a qualche ingegnere « d'alta capacità » per L'elaborazione del progetto, e che tale progetto ottenne necessariamente L'approvazione di un consesso di ingegneri, che, in certo qual modo, sedeva in Roma « qual comitato superiore dei pubblici lavori ».
 
Sempre il de Rotrou afferma che quel progetto fu approvato e Narciso prese a regolare egli stesso L'esecuzione, a suo grado, senza che L'autore del medesimo ne ebbe parte alcuna. Afferma sempre il de Rotrou che il potente « favorito » (cioè Narciso) era posto « al di sopra di ogni censura » e che « se ne valse coll'imprudenza di un furfante, a cui si era resa sicura L'impunità ». Non siamo in grado di dire se le affermazioni del de Rotrou possano essere veritiere o meno, e neppure se il progettista fosse Narciso stesso o L'« Ingegnere di Alta capacita '. Infatti il de Rotrou non dichiara quali siano le fonti da cui ha tratto tali informazioni, o se si tratta di sue supposizioni. Possiamo certamente affermare, comunque, perché ce lo dice Svetonio ed altri scrittori romani - che Narciso fu il sovrintendente alle opere. Il progetto dell'emissario di Claudio consisteva nella costruzione di una galleria, che passava sotto i Campi Palentini e sotto il monte Salviano e metteva in diretta comunicazione il lago Fucino col fiume Liri. Durante i lavori per la costruzione del nuovo emissario Torlonia, si constato come la lunghezza dell'emissario romano fosse di m 5642,60 ed avesse un dislivello di m 8,44 tra la soglia dell'imbocco a monte e quella a valle, con una pendenza pari al 1,5 per mille.
 
La sezione di questa galleria riscontrata nella parte meglio conservata doveva corrispondere a circa 10 mq di superficie nei tratti in cui la galleria attraversava la roccia, e che non aveva quindi le pareti rivestite di muratura; le sezioni risultano essere molto irregolari nella forma, anche se non si allontanano molto dalla superficie normale di mq 10. Dai ritrovamenti archeologici, da alcuni bassorilievi, dalle documentazioni lasciateci soprattutto dai costruttori dell'emissario Torlonia, possiamo individuare quale fosse la tecnica usata dagli antichi romani per la costruzione dell'emissario. In prima istanza dobbiamo rilevare che i lavori furono eseguiti ad una profondità che varia da m 37 a m 130 e che questo comportava difficoltà per la areazione e per il trasporto dei materiali. I Romani superarono questa difficoltà costruendo una serie di pozzi cosiddetti di servizio, posti a distanza, che raggiungevano il piano della galleria. L'ing. Cozzo nel suo scritto Ingegneria Romana, osserva che nei campi Palentini, normalmente la distanza dei pozzi era di m 400, in modo che L'avanzamento si riduceva ad una lunghezza di m 200 sia a monte sia a valle di ciascun pozzo, e, che in alcuni casi questa distanza venne ridotta con L'apertura di alcuni pozzi sussidiari, intercalati per speciali esigenze di avanzamento.
 
Questi pozzi servivano sia per dare areazione alla galleria. sia per il sollevamento dei materiali di scavo, sia per L'introduzione di quelli di rivestimento. Questi pozzi avevano in genere una sezione quadrata di m 4,30 di lato. Da ciascun pozzo lo scavo della galleria avveniva nelle due direzioni una verso monte e L'altra verso valle della galleria. Lo scavo veniva eseguito secondo L'andamento tracciato in precedenza in superficie e riportato in profondità mediante fili a piombo. A seconda della natura del terreno, questi pozzi non erano armati affatto o lo erano parzialmente. In alcuni si nota esserci stato posto anche un completo rivestimento murario delle pareti, per lo più in laterizio. Questo rivestimento, che e stato riscontrato principalmente nel tratto compreso tra la montagna e il lago, aveva lo scopo evidente di contrastare le infiltrazioni che la vicinanza del bacino lacustre poteva originare.
 
Deduciamo come questi rivestimenti dovevano essere fatti dai Romani in piena regola d'arte, e ci pare dimostrino come i Romani avessero una perfetta conoscenza dei materiali costruttivi ed in particolare delle malte leganti. Infatti sia L'ingegner Afan de Rivera che L'ingegner Brisse, entrambi autorevolissimi personaggi per quanto riguarda gli studi sull'emissario di Claudio, sono concordi nel dichiarare che le murature romane, dove non erano infranate, richiedevano mine per essere demolite. I Romani non si servirono delle malte composte da calce e pozzolana estratta dalle cave fucenti, perché erano ben coscienti delle loro proprietà fisiche e chimiche e sapevano molto bene che non avrebbero a lungo resistito a contatto con L'acqua. Mi sia concesso osservare che, anche riguardo a questo argomento, ci troviamo di fronte alla spietata critica dei costruttori dell'emissario Torlonia. Il de Rotrou, in particolare, accusa: « I Romani, che pur conoscevano bene L'uso della pozzolana e le sue proprietà, non se ne sono mai serviti comeche i loro pozzi ne attraversassero spessissimi banchi » (memoria del 1861).
 
Notiamo come questa non sia ne la prima, ne L'ultima « frecciata » che i costruttori dell'emissario Torlonia scagliarono contro i costruttori Romani. Ci sembra che un tale atteggiamento, più che alla preoccupazione di una obiettiva e scientifica ricerca nello studio dell'emissario di Claudio, mirasse a dare risalto e lustro alla capacita. al genio e alla perizia degli ingegneri francesi, costruttori dell'emissario Torlonia. Ma non solo loro, bensi anche il Betocchi, collaudatore del moderno emissario, ancora nel 1872 non disdegnava ad ogni occasione di far rilevare L'imperizia e la disonesta dei Romani: « Procedettero i Romani in modo svergognato e ladro ». Lo scavo della galleria procedeva sia a monte che a valle di ciascun pozzo per una lunghezza che raggiungeva al massimo m 200. Deduciamo che questa lunghezza, già di per se non indifferente, doveva rappresentare il limite consentito alla tecnica antica dalla difficoltà di aereazione e di direzione sotterranea.

Il numero complessivo dei pozzi di servizio e di 40, scoperti, e confermati dalle ricerche dell'ing. Afan de Rivera, più altri sei successivamente scoperti. Uentinove di questi pozzi furono ritrovati nel tratto più lungo, quello compreso tra il piede del monte Salviano e il fiume Liri. Gli altri pozzi, scavati perciò a distanza più rawicinata, furono costruiti tra la montagna ed il lago. L'ingegner Giuseppe Cozzo non esclude neppure che per L'aerazione della suddetta galleria venisse adottato un vecchio sistema di aerazione, che consisteva nell'accendere fascine di legna in fondo al pozzo, in modo tale che il pozzo stesso agiva come una canna da camino, producendo un'attiva circolazione d'aria nella galleria. I Romani non si limitarono all'apertura dei pozzi per risolvere il problema dell'aerazione ma, soprattutto nella zona dei Campi Palentini, costruirono una serie di cunicoli o gallerie inclinate aventi proporzioni e disposizioni diverse dai pozzi di servizio. Questi cunicoli inclinati partivano dal suolo ed incontravano in un dato punto i pozzi verticali. In alcuni casi, queste gallerie raggiungevano direttamente la galleria dell'emissario.
 
Veniva così facilitato l'accesso stesso alla galleria principale, e reso più agevole il trasporto dei materiali. Il problema dell'aerazione si presento più difficoltoso per il tratto di galleria che sottostava il monte Salviano, per L'impossibilità di aprire pozzi verticali, causa la grande altezza del monte. In corrispondenza della parte più alta e più ripida del monte Salviano, fra L'ultimo pozzo verticale aperto alle sue falde verso i Campi Palentini ed il primo del versante opposto, vi era una distanza di m 890. I pozzi, pertanto, in tale località, avrebbero dovuto avere un'altezza variabile tra i 150 e i 300 metri, ed il loro accesso sarebbe stato impossibile. Il problema fu risolto brillantemente, costruendo nello stesso piano verticale, uno sopra L'altro, fino a due o tre ordini di gallerie, che - partendo dai due versanti opposti del monte - andavano a raggiungere con inclinazioni diverse il piano di fondo dell'emissario. Questi cunicoli avevano anche una sezione diversa per poter permettere la circolazione dei veicoli necessari al trasporto dei materiali.
 
Per questo scopo furono di tratto in tratto scavati, nelle pareti, dei piccoli slarghi che consentivano così la percorribilità e lo smistamento per le carriole che ascendevano e discendevano tra L'emissario e L'esterno. Alcuni cunicoli di dimensioni minori garantivano la ventilazione perché erano in comunicazione con quelli più grandi e con la galleria delL'emissario. Anche questi cunicoli erano rivestiti interamente in muratura, laddove attraversavano terreni poco consistenti. Erano in numero maggiore nel tratto che e compreso tra il lago ed il monte. Questo maggior numero di cunicoli era giustificato dal fatto che quanto più ci si avvicinava al bacino lacustre, tanto più occorreva favorire una più facile circolazione degli operai, i quali nelle gallerie dovevano provvedere all'opera ardua del gottamento delL'acqua d'infiltrazione sempre più imponente. Certamente L'apertura e il rivestimento di tutti - questi pozzi e cunicoli deve aver richiesto enormi sforzi, se si pensa che la lunghezza totale di questi pozzi e gallerie di servizio era almeno il doppio di quella della galleria principale. Il tracciato della galleria emissario romana, nel progetto in esame, anziché seguire un percorso rettilineo, fu diviso in tre tronconi, raccordati da angoli molto ottusi. Questo permise al Romani di usufruire dei punti più depressi del terreno onde ridurre la profondità dei pozzi ausiliari.
 
Lo scavo della galleria fu eseguito a forza di mazze e scalpelli, e soprattutto arduo deve essersi presentato nella parte del terreno roccioso. L'ingegner Brisse, durante i lavori di costruzione del nuovo emissario Torlonia, noto che i costruttori romani avevano commesso due errori di direzione. Uno di questi due errori fu rilevato tra i pozzi 7 e 9. Infatti, delle gallerie dirette a congiungerli, una aveva deviato verso destra rispetto alla direzione normale, L'altra verso sinistra. I Romani rimediarono a questo inconveniente costruendo un nuovo pozzo ausiliario, il numero otto, al cui piede partirono i due attacchi che si raccordarono con quelli fuori asse dei pozzi 7 e 9.
 
Un'altra ben più grave deviazione si e scoperta tra i pozzi n. 19 e 20. Questa deviazione non si può imputare a negligenza o imperizia dei costruttori romani, quanto ad un accidente accaduto. Questa deviazione aveva precisamente inizio nel punto in cui termina la roccia compatta di cui e costituito il monte Salviano, e dove cominciano le argille dei Camp, Palentini. Essa si apriva a sinistra della galleria, formando quasi un angolo retto, e - dopo essersene allontanata fino ad una certa distanza - se ne ravvicinava progressivamente, andando nuovamente a ricongiungersi con la galleria principale, per una lunghezza totale di circa m 132 dal punto d'imbocco. La galleria in direzione normale continuava anche per pochi metri dopo L'imboccatura di questa deviazione ed era ad un certo punto interrotta da un muro, che ne chiudeva completamente la sezione. Durante i lavori per la costruzione dell'emissario Torlonia questo muro fu demolito, e allora si riscontro un'enorme frana provocata dal crollo delle pareti e della volta della galleria romana.
 
Furono ritrovati resti. ormai carbonizzati, degli strumenti di lavoro e dei legnami che dovevano costituire L'armatura. Presumibilmente il disastro della frana doveva essere stato prodotto da una inattesa irruzione delle acque nella galleria sotterranea, gia completamente aperta in quel tratto. L'inondazione fu dovuta certamente ad un crollo delta diga costruita per contenere le acque del lago, e si suppone anche che il limite del lago, che poteva essere a 600 metri dalla testa della galleria quando furono iniziati i lavori, sia aumentato durante gli undici anni in cui questi lavori continuarono. Per rimediare all'accidente occorrevano due opere non previste: la prima: ripristinare la diga franata; la seconda: liberare la galleria dall'acqua penetrata e dal terreno franato. Questa seconda operazione doveva presentarsi particolarmente difficile per i tecnici romani. Probabilmente erano a conoscenza di una macchina, che funzionava praticamente come una pompa premente e aspirante.
 
Ma probabilmente detta macchina si rivelo uno strumento non adeguato per svuotare la galleria dalla massa d'acqua che L'aveva invasa. Ne tantomeno servi aprire nuovi pozzi e cunicoli e tentare di svuotare la galleria a mezzo di secchi impiegando squadre di operai. La risoluzione fu quella di aprire una nuova galleria, partendo a valle della frana, che aggirasse la frana e, contornandola, potesse raggiungere il tronco superiore a monte della frana stessa. La nuova galleria fu aperta con molta accortezza, avanzando quindi da valle a monte fino a ritrovare il massiccio calcare. Quando fu demolito L'ultimo diaframma di roccia, i Romani poterono dare così sfogo alle acque nella misura che ritennero più conveniente. I lavori di costruzione dell'emissario poterono pertanto essere ripresi, una volta ristabilita la comunicazione tra i due tronchi di galleria a monte e a valle, e le acque rinchiuse poterono defluire verso il tratto a valle della galleria. Da un bassorilievo ritrovato, ci appare come il trasporto dei materiali di costruzione e delle macerie avvenisse attraverso i pozzi.
 
Questi pozzi erano divisi in quattro zone, per ciascuna delle quali passava un secchio. Due secchi erano agganciati alle due estremità di una corda che, scorrendo su carrucole di rimando, andava ad avvolgersi intorno ad un cilindro. Azionando questo cilindro, sempre a forza di uomo, si otteneva che mentre il secchio. agganciato alla parte di corda che si avvolgeva, saliva, L'altro secchio, agganciato alla parte di corda che si svolgeva, scendeva. Questi meccanismi erano posti in numero di due per ogni pozzo, per cui in ciascun pozzo erano 2 secchi che, alternativamente scendevano e salivano.
 
Sempre da quanto intuiamo da un bassorilievo rinvenuto durante la costruzione del nuovo emissario, notiamo che le macerie, provenienti dal tratto di galleria compreso tra il monte ed il lago, erano caricate su delle barche e scaricate giornalmente nel lago. Dal bassorilievo si può riconoscere il « gubernator » che, davanti al « tugurium », manovra il timone, e si possono distinguere sei teste di rematori. Per il fatto che i remi sembrano accoppiati tre a tre, si può desumere trattarsi di una trireme. Un altro particolare di questa trireme e che a poppa e visibile un ponte levatoio, mentre a riva vi e L'accenno di piccoli moli. Si presuppone che questo ponte e i moli siano stati fabbricati per consentire una rapida comunicazione con la riva per lo scarico ed il carico dei materiali. La parte della galleria che sembra meglio costruita e meglio riuscita tecnicamente e quella sotto il monte Salviano.
 
In altri punti della galleria si erano riscontrati errori di pendenza; e questi errori, specialmente laddove riscontriamo delle contropendenze, sono da attribuirsi alla natura dei terreni spingenti. In questi casi, infatti, il rivestimento della galleria dovette procedere contemporaneamente all'avanzamento. Pertanto, in questi casi, non furono possibili, come per la parte eseguita in roccia, rettifiche di fondo, una volta stabilita la comunicazione tra i due pozzi contigui. Un altro aspetto particolare e il variare della sezione della galleria. La sezione adottata e quella rettangolare, sormontata da un semicerchio. Nei terreni argillosi, in cui e fortissima la pressione degli strati dal basso all'alto, i Romani debbono aver trovato enormi difficoltà per scavare la galleria. Infatti i piedritti verticali in legno di quercia non riuscivano a sopportare un'eccessiva pressione. Certamente a lungo andare la pressione di questi terreni argillosi deve aver finito per sollevare il fondo della galleria, sino quasi ad ostruirla, e a dare origine verso monte ad una specie di gradino al punto in cui il terreno argilloso si incontra con la roccia calcarea.
 
I Romani cercarono di vincere la pressione dei terreni argillosi, che presumibilmente deve aver fatto crollare molte delle strutture di sostegno e i rivestimenti, riducendo la sezione della galleria, nei punti più critici, fino a quattro metri, nella speranza che i piedritti di minor altezza e il minor contorno premuto potessero opporre maggior resistenza contro la compressione del terreno. Gli ingegneri francesi, costruttori dell'emissario Torlonia, hanno tratto motivi anche da questo argomento per accusare in maniera pesante i tecnici romani. Ci sembra che questi ingegneri francesi non si siano preoccupati troppo di ricercare una motivazione tecnica, per cui esisteva quelIa differenza di sezioni dell'emissario romano. Una volta appurato che tale differenza esisteva, hanno avuto buon gioco nell'accusare i Romani quantomeno di speculazione.
 
Sempre il de Rotrou, infatti, commenta: « ...Nei punti più difficili L'esecuzione per lo più era migliore, e di ciò fu dato assicurarsi osservando la parte che attraversava la base del Monte Salviano, composta di compattissima roccia calcarea, la quale, benche intrapresa dai due opposti versanti della montagna, venne aperta e congiunta con sorprendente abilita e ciò malgrado che, all'opposto di quanto succede oggidi in lavori di tal genere, il traforo della roccia esigesse pei Romani una fatica assai maggiore di quella che occorreva nelle altre parti. I difetti più gravi si verificarono nelle parti centrali dell'emissario, dove non penetrava L'occhio scrutatore, e nei punti dove appena gli uomini dell'arte potevano a stento notarli. Essi poi erano di tal natura da poter produrre un illecito guadagno agli appaltatori: qui, massi enormi di roccia non tagliata; la assoluto difetto d'importanti lavori in muratura, che diminuiva le dimensioni della galleria, la cui costruzione era nullameno certamente pagata in base al progetto... dappertutto, infine, incontrastabili indizi di una fraudolenta speculazione ». 

Ci sembra giusto quantomeno ridimensionare queste accuse fatte al Romani e rilevare che un corretto studio tecnico dimostra che molte incongruenze e molte scelte operate dai costruttori romani non si debbano imputare ad una frode o ad una speculazione fatta dai tecnici. quanto piuttosto ad una, per quei tempi peraltro molto giustificata, imperizia tecnica neI saper fronteggiare alcune difficoltà emerse nel corso dei lavori. Il collegamento tra le acque del lago e la galleria, vale a dire « Incile », venne attuato da parte dei Romani per mezzo di costruzioni e bacini di raccolta. Queste costruzioni e i bacini furono completamente demoliti durante la costruzione del nuovo emissario Torlonia, ed in particolare per la costruzione del nuovo Incile dell'emissar o. Il piano generale romano per la costruzione dell'Incile consisteva:
 
1) In un bacino trapezoidale, sulla cui base minore veniva a sboccare la galleria sotterranea con un fornice, la cui sezione era identica alla sezione adottata per la costruzione della galleria. Su questo ingresso era posta una saracinesca, che scorreva su due guide incassate nei piedritti. Questa saracinesca veniva azionata da un argano sistemato in un locale costruito sopra la galleria.
2) In un bacino di forma grosso modo esagonale, situato avanti al bacino trapezoidale precedente, e avente in comune con questo una parete divisoria. E probabile che una saracinesca regolasse il flusso delle acque dal bacino esagonale a quello trapezoidale.
3) In un canale lungo circa m 7,80 e largo m 3, che stabiliva la comunicazione del bacino esagonale con il lago. esso aveva a monte una terza saracinesca e terminava in due ali divaricatici, lunghe 18 metri, allo scopo di facilitare L'immissione delle acque. Il flusso delle acque veniva così regolato da tre apparecchi: dalla saracinesca che si trovava a capo del canale verso il lago. 2 da un'altra clavica tra i bacini esagonale e trapezioidale. E da una terza saracinesca posta all'entrata dell'emissario stesso, che funzionava anche come clavica di sicureza.
 
Queste dovevano essere le costruzioni di cui, in un primo tempo, doveva essere formato L'incile; tali costruzioni dell'incile furono più tardi modificate. Tacito infatti testimonia: « Terminato lo spettacolo (L'inaugurazione delL'emissario), si dischiuse il passaggio alle acque ed ebbe allora ad apparire la negligenza con cui era stata condonata la costruzione di quell'opera, non abbastanza profonda per poter raggiungere la parte più bassa del lago, ne tantopoco la meta della sua altezza. Dopo che fu dato mano a scavarsi per qualche tempo più profondamente il sotterraneo, onde far si che la folla tornasse, si offri uno spettacolo di gladiatori, i quali combatterono a piedi in un'area formata di ponti. Fu servito perfino un banchetto presso il luogo ove si scaricavano le acque... » Da questo passo si arguisce non tanto che le acque, passando attraverso L'incile - così come era stato costruito - non fluissero nella galleria, quanto che, per le quote di fondo dei bacini, le acque scorrenti dal lago non riuscivano a far diminuire il livello del lago in maniera sostanziale, come probabilmente si desiderava. Si arguisce anche che furono subito approntati dei lavori per rimediare a tale fatto, se e vero che fu offerto uno spettacolo di gladiatori ed un banchetto.
 
I lavori di modifica, frettolosamente approntati, quindi, consistettero nell'apertura di una nuova trincea e al prolungamento di circa m 30 del canale sotterraneo; inoltre, nella costruzione, in testa a questo canale, di un pozzo attraverso il quale far defluire le acque nel canale. Con questo sistema, veniva pertanto completamente inutilizzato il bacino esagonale, e fu quindi murata la saracinesca di scarico del bacino steso. Pertanto si può intuire che il percorso delle acque, dopo le modifiche, era il seguente: dal lago, tramite un pozzo, le acque fluivano nel nuovo canale sotterraneo, e da questo erano messe in comunicazione con la galleria emissario. L'unica saracinesca che regolava così il flusso delle acque era quella posta a capo del canale. Come ci descrive Svetonio, allorché fu aperta la saracinesca, le acque fluivano con tale violenza che rigurgitarono dal pozzo e invasero L'area del bacino esagonale che, essendo divenuto inutile, fu adoperato per installarvi un padiglione, ove fu dato il banchetto inaugurale.
 
L'irruenza delle acque trascino via i legnami del padiglione e perfino una parte del muro divisorio tra i due bacini. Svetonio ci dice anche che, in quell'occasione, i nemici di Narciso non tralasciarono di attribuirgli una tale disgrazia, imputandogliela come crimine. La stessa Agrippina non tralascio di accusare Narciso di frode e di furto. Certamente gli scritti degli antichi non ci danno elementi per poter obiettivamente stabilire quanto Narciso fosse uno speculatore. Infatti, essi ci dicono che Narciso fu accusato di frode « dai suo nemici », e questi sono da intendersi « nemici » in senso politico. Ne, tantomeno, e sufficiente accusare Narcisc di frode solo perché le acque, alla prima apertura del L'emissario, non fecero calare il livello del lago di quanto probabilmente si desiderava; e neppure gli si può imputare a crimine L'inondazione del bacino esagonale durante la seconda inaugurazione. La critica condotta dallo stesso de Rotrou a Narciso su alcuni particolari tecnici come - per esempio - la sezione variabile della galleria emissario, non ci sembra neppure motivo sufficiente per accusare Narciso di frode: come in precedenza descritto, infatti, questa variazione di sezione trova una piena giustificazione tecnica se si considera la natura del ter reno e le difficoltà che dovettero superare i Romani pei vincere la compressione dei terreni argillosi.
 
Non voglio, con queste osservazioni, prendere le difficoltà di Narciso e dei costruttori romani, ma semplicemente fai notare come le notizie, i rilevamenti fatti e gli studi condotti non ci diano sufficienti elementi per poter, con ragion di causa ed obiettivita, accusare di frode il corpo tecnico romano. Quali risultati concreti si ottennero con la costruzione dell'emissario romano, e se la loro opera mirasse al totale prosciugamento del lago, sono domande tutt'oggi aperte. Appare ormai chiaro che L'intento dei Romani non era quello di prosciugare tutto il lago. Purtroppo dobbiamo rifarci a quei reperti archeologici ritrovati durante la costruzione dell'emissario Torlonia ed alle interpretazioni degli antichi scrittori. Dobbiamo peraltro constatare che, durante i lavori dell'emissario Torlonia, molto dell'opera romana fu distrutta. anche se i costruttori del recente emissario ci hanno lasciato studi e rilievi particolareggiati, obbligandoci a prestar fede al loro rilievi piuttosto che a documentazioni non « manufatte ».
 
D'altra parte il de Rotrou stesso commenta: « Se non che, nel rendere all'autore del piano di Claudio la giustizia che gli si deve, giova però non attribuire al suo progetto un'importanza che non aveva. Infatti egli non ebbe mai L'intenzione di prosciugare per intero il lago, siccome lo provano i livelli dei diversi precipui punti dell'emissario, obbedendo in ciò al religiosi scrupoli degli abitanti del paese, i quali desideravano ben ardentemente di veder diminuita L'estensione del Fucino e di mantenere il rimanente in limiti determinati, ma che avrebbero riguardato come un sacrilegio il mettere a secco il Dio del lago, a cui essi avevano eretto dei templi e rendevano i divini omaggi. » Se poi esaminiamo le quote dei bacini costruiti dai Romani, ci rendiamo perfettamente conto che il loro intento fu semplicemente di diminuire L'estensione del lago, ma non prosciugarlo del tutto. Infatti: il bacino trapezoidale, quello in diretta comunicazione con il canale emissario, ha la quota di fondo uguale a quella all'inizio della galleria emissario.
 
Il bacino esagonale ha un dislivello di m. 5.48 in più rispetto al bacino trapezoidale. Una strettoia e una svasatura garantivano, poi, la comunicazione con il canale collettore a cielo aperto. Le acque del lago dovevano pertanto cadere nel bacino trapezoidale, operando un salto di cinque metri e mezzo, per immettersi quindi nella galleria sotterranea. Potevano pertanto uscire dal lago le acque che superavano la quota di fondo del secondo bacino, ma non quelle che ne restavano al di sotto, e che quindi rimanevano lago. Ci pare pertanto chiaro che il progetto originario di Claudio prevedesse un lago residuo. A conferma di questo. vale notare, come in tutte le grandi opere territoriali romane, che il pretesto religioso, serviva da freno a devastazioni ecologicamente pericolose e incontrollabili. A buon merito, pertanto, riteniamo che tale criterio debba essere stato seguito anche per il Lago Fucino. E opinione che, come sostenuto da parecchi scrittori in passato, i Romani non riuscirono a prosciugare il Fucino nemmeno in minima parte. Come ci testimoniano sia L'Orlandi nel volume « I Marsi e L'origine di Avezzano », sia il Letta d'Amato in « L'Epigrafia della regione dei Marsi », furono ritrovati nell'interno del lago resti di abitazioni e ceppi di grandi alberi.
 
Inoltre tubazioni in piombo e resti di una fontana ornamentale sono stati ritrovati nei pressi di San Benedetto, ed anche tracce di abitazioni. Vi sono anche molte altre testimonianze di reperti archeologici, ma bastano quelle menzionate a far comprendere che, comunque, se in queste terre vi era segno di vita, debbono essere state sottratte al lago. Claudio non potè vedere i risultati finali dell'opera; i lavori rimasero inattivi per lungo tempo; significativa e la frase di Plinio il Vecchio: «destitutum successoris odio»; i lavori furono ripresi da Traiano e Adriano, che apportarono varianti al primitivo progetto; probabilmente iniziarono a prosciugare una più ampia fascia di lago. E comunque difficile appurare se questi imperatori prosciugarono tutto il lago, in quanto non possediamo documentazioni ne in un verso ne nell'altro. Ci si può rifare alle testimonianze di Sparziano: « Fucinum lacum emisit -. e poi di San Girolamo: « Lacum fucinum exsiccavit ».
 
Queste espressioni, comunque, non necessariamente fanno intendere che il lago fu totalmente prosciugato, potendosi interpretarle ad una sola parte di lago. Un indizio, come ci testimonia Sandro d'Amato, che il lago sia rimasto anche dopo gli interventi degli imperatori romani, e dato dall'iscrizione del liberto imperiale e procuratore Onesimo: « Fecit imaginibus et laribus cultoribus Fucini cioè fece un altare o qualcosa di simile e lo fece per i « devoti del Dio Fucino »: vale a dire che se c'era il Dio Fucino c'era anche il lago. Un'altra conferma e che in piena età imperiale vi erano sul lago numerosi funzionari imperiali procuratori e dei devoti, della divinità del lago. Si può pertanto riter ere probabile che il lago Fucino restò sempre lago, con L'emissario Torlonia fu ristretto alla zona più depressa del bacinetto. Si può inoltre affermare che il progetto di Claudio era teso ad una stabilizzazione del livello lacustre e che gli interventi promossi dai successivi imperatori mirarono al massimo al recupero di altre terre da destinare all'agricoltura.
 
Per quanti secoli sia rimasto in funzione l'emissario e in quale epoca il lago sia ritornato al primitivo livello non possiamo intuirlo con esattezza. Secondo alcuni autorevoli pareri, il lago dovette ritornare nei suoi limiti originari gia nei secoli V e Vl d.C., il che fa presumere che L'emissario di Claudio deve aver funzionato bene almeno per tre secoli. C'e da notare come dall'anno 400 all'anno 850, ci fu un forte cambiamento del clima (fase interglaciale di allungamento) in senso più freddo e piovoso. Tale cambiamento di clima deve aver certamente influito sul regime del lago, e quindi anche sull'efficienza dell'emissario di Claudio. Una testimonianza di un Anonimo della prima metà del secolo XIX, tratta dagli « Annali del Regno di Napoli », osserva: « Il perché dobbiamo dire che Adriano, al pari di Traiano, fu ristoratore dell'emissario fatto scavare da Claudio, e che per evitare altri guasti alla fabbrica. la quale bisognava d'incessanti cure e nettamenti, siccome L'esperienza aveva teste dimostrato, stabili a presiedervi sul luogo stesso un curatore: officio che volle affidare a un suo veterano, di cui la bella lapide cennata ci serbò il nome.
 
Per la qual cosa quand'anche volesse per poco supporsi che vana fosse stata L'opera dell'emissario sotto L'impero di Claudio, vana certo non rimase ai tempi degli altri due Cesari mentovati... ne sarebbesi intorno a tal proposito si ostinatamente conteso da Reinesio, Lipsio, Scaligero, Pitisco, Olstenio, Fabbretti e da altri insigni archeologi e architettori... Ma il provvedimento di Adriano poco fa rammentato fu posto in non cale, e nella funesta età che di poi sopraggiunse, pur la ricordanza dell'emissario Claudiano andò perduta. » 6 comunque pur vero che L'emissario di Claudio, allo sbocco del fiume Liri, gettava continuamente acqua, anche se in quantità minima. Quest'acqua non era comunque quella del lago, quanto acqua di infiltrazione che gocciolava dai campi Palentini e dal monte Salviano. Ritroviamo ancora queste testimonianze dello stesso autore: « Ne le querele delle vittime sue erano ascoltate se non quando alcun principe di alti spiriti e di cuore magnanimo sedeva sul trono di Napoli. » Il bisogno di accorrere in loro soccorso faceva allora pensare all'emissario e non pareva opera disperata il ripulirlo. così avvenne infatti al tempi di Federico Il di Svezia, così in quelli di Alfonso I D'Aragona.

Il Carcani ha dato in luce, colle costituzioni dello Svevo Re e Imperatore, il mandato in cui ingiungeva nel 1240 al Pissono, giustiziere dell'Abruzzo, di perfezionare L'espurgazione, gia incominciata dal suo antecessore, delle « fosse del lago Fucino per incuria e vetusta rovinate, affinché le superflue acque si versassero, a quella guisa... » Sotto Alfonso I, nel XV secolo, furono apportate alL'emissario romano opere di manutenzione e consolidamento non significative, consistenti nel ripristino di alcune murature. Nei primi anni del 1600 il livello del lago era di nuovo salito, danneggiando le terre rivierasche. Fu allora commissionato agli architetti Fontana e La Cava il compito di ripristinare L'emissario di Claudio. Ma per il livello raggiunto dalle acque, come ci testimonia il Brisse, fu impossibile al Fontana di penetrare nelle opere realizzate nel passato per esaminare la possibilità del restauro: e dopo un anno di vari tentativi, il Fontana abbandono L'impresa.
 
Il Montanari, a riguardo, ci riporta una testimonianza del Febonio: « ...i tentativi del Fontana e del La Cava per metterlo in asciutto, tanto da potervi penetrare e procedere alle riparazioni necessarie, riuscirono vani, perché L'acqua del lago si faceva strada tra la terra ed il rivestimento della galleria, sicché le macchine non bastavano ad esaurirla. » Questi tentativi, riferibili al principio del secolo XVII, vennero fatti d'urgenza mentre il livello del lago era assai alto giacche fu appunto in quell'anno 1600 che il Fucino ebbe una grossa piena, dilatandosi per oltre un miglio oltre la sponda ordinaria. Nell'anno 1752 si ebbe un decrescimento del livello del lago. In quella occasione vennero alla luce i resti della città di Marruvio presso San Benedetto, e furono rinvenute alcune statue attribuite a Claudio, Agrippina e Nerone. Nel 1783 il lago comincio ad aumentare nuovamente e ad invadere le terre circostanti. Nell'anno 1786 il prete Giuseppe Lolli di Avezzano ripropose al governo la ripulitura dell'acquedotto di Claudio. Il re Ferdinando, IV allora regnante, invio L'ingegner Carletti per un esame della situazione; ma costui espresse parere negativo, soprattutto per L'ingente spesa che riteneva dovesse occorrere per le opere da eseguire.
 
Dopo varie controversie e polemiche, nell'anno 1790 furono iniziati i lavori di ripulitura dell'emissario Claudiano, sotto la direzione dell'architetto Ignazio Stile. Il Brisse, in proposito, ci dice che: « L'architetto Ignazio Stile, sulla base del poco che pote vedere (stante L'alto livello del lago) e di quanto riuscì a sapere dalla viva voce dei locali ed in particolare del1'energico abate Giuseppe Lolli, predispose un progetto a cui si pose mano nel 1791, ma per L'eccezionale situazione politica venutasi a creare, i lavori furono compromessi .» Nel 1795 il lago comincio a decrescere e fino al 1805 non si ebbero sensibili innalzamenti del livello del Lago. Vi furono pareri discordi in questi anni sia sul funzionamento dell'emissario di Claudio, sia sui progetti per abbassare il livello del lago. Particolarmente significativi ci sembrano due progetti proposti: uno ad opera del La Pira, che propose L'apertura di un canale a cielo aperto attraverso il monte Salviano, tale che potesse avere quelle funzioni di scolo delle acque del lago, che secondo lui L'emissario di Claudio non aveva mai avuto. L'altro parere si deve al Lippi, che propose di prosciugare il lago dei due terzi e la costruzione di un canale navigabile per congiungere il Mare Adriatico con il Tirreno. Vanno anche ricordati gli studi che il de Fazio condusse, nel tentativo di ricercare il modo più adatto e meno costoso per ripristinare L'emissario di Claudio. in questo periodo sorsero anche molte compagnie, che in cambio di concessioni sui terreni prosciugati sarebbero state disposte ad accollarsi la impresa del ripristino delL'emissario.
 
Di un certo interesse tecnico e costruttivo, sono stati f lavori di ripristino dell'emissario condotti dall'ing. Carlo Afan de Rivera. Nell'anno 1823, Afan de Rivera pubblicava un libro: « Considerazioni sul progetto di prosciugare il lago Fucino e di congiungere il mar Tirreno all'Adriatico per mezzo di un canale di navigazione. Questa pubblicazione gli valse la nomina da parte del re a Direttore generale de' ponti e strade. Come ci testimonia il Brisse, morto Ferdinando e succedutogli il figIlo Francesco I, nell'anno 1826 L'ing. Afan de Rivera, Direttore generale dei Ponti e delle strade del regno, dette inizio al lavori di riapertura dell'emissario. Da questi lavori, L'ing. Afan de Rivera si prefiggeva di ricavare dati precisi sull'opera romana, per esaminare soprattutto la possibilità di riutilizzazione. Questi lavori furono intrapresi con lo scopo principale di uno studio sullo stato dell'emissario. Nell'anno 1835, L'ing. de Rivera pubblicava « Il prosciugamento del lago Fucino e il progetto di restaurazione dell'emissario di Claudio ».
 
Ferdinando Il, che era re dal 1830, ritenne opportuno affidare questo progetto, per L'attuazione, a società private. Tecnicamente L'ing. Afan de Rivera per agevolare le opere di sterramento dell'emissario, fece costruire un palco in legno; così lo scritto dagli « Annali del Regno di Napoli » ce lo descrive: « dal sito ove la pendice sul Liri, fuori dall'emissario, ha un rapido pendio, progressivamente s'inoltrasse nel canale, sino alla fonte del taglio dell'ingombro: situarono qui quel palco alto 4,5 palm. (circa m. 1,17) dal suolo e vi praticarono doppio ordine di artificiali rotaie: dove fecero andare e tornare carrettini a due ruote, con una cassa equilibrata sull'asse, e così ingegnosamente costruiti, che carichi delle materie anzidette, fossero abili a sopportare il peso e a rovesciarlo infine, per tornare indietro, senza dar volta a nuovo caricamento. » Questo palco consentiva anche di camminare a piedi asciutti ed anche a stabilire una corrente d'aria tra lo spazio superiore e lo spazio inferiore.
 
L'ingegner Afan de Rivera ci testimonia che tutti i pozzi e i cunicoli erano ingombri: « Tutti i pozzi essendo ingombri per L'intera loro profondità »; e poi: « Siccome non hanno affatto scolo le due conche dei Campi Palentini al di sotto delle quali fu scavato L'emissario, così i possessori dei campi in mezzo a' quali trovavansi aperti i pozzi dell'emissario, ne trassero profitto per dirigervi le fosse di scolo. Inoltre nei siti brecciosi si gettarono nei pozzi anche sassi, i quali insieme con le terre argillose, formarono argine al libero corso delle acque. ... I diversi tronchi dell'emissario, divennero a1trettante vasche di deposito, nelle quali si deponevano le torbide, mentre le acque limpide si mantenevano aperto il passaggio tra L'interrimento e il cielo dello speco.
 
Quindi col volgere degli anni, tutto il vacuo dell'emissario, dalle falde del Salviano, fino allo sbocco, si colmo di argilla finissima ottima a fare stoviglie, senza impedire che per lo sbocco anzidetto, sgorgasse perenne un rusceletto di acque limpide. ... Le terre trasportate dalle acque, che erano penetrate nei pozzi 21 e 22 e pel cunicolo del Salviano, avevano anche interamente ingombrato L'emissario per un tratto di palmi 1380 m 364,32) che si protrae sotto il monte... Tranne il secondo pozzo che era stato spurgato verso il 1791, di tutti gli altri, alcuni erano interamente colmati fino alla superficie della campagna, ed alcuni fino ad una certa altezza. Parimenti, tutti i cunicoli trovavansi più o meno ingombrati, eccetto quello denominato « il maggiore » che era stato nettato nel 1791. Si deduce quindi che lo sbocco al Liri dell'emissario, dava comunque acqua, ma questa non era certamente acqua del lago, ma acqua di infiltrazione dei campi Palentini. Ci viene anche detto che lo sterro dell'emissario fra i pozzi 21 e 26' non presento difficoltà, mentre invece, dal pozzo 36 fino all'incontro del tratto rovinato, fu necessario eseguire robuste puntellature in molti siti, per sostenere le porzioni cadenti « dal cielo dello speco ». Altre difficoltà più dure furono incontrate nell'attraversare il tratto con la frana; sia perché bisognava lavorare con poca aria, sia perché bisognava vincere la fortissima spinta della terra che messa in movimento, aveva rovesciato i muri di sostegno.
 
L'ingegner Afan de Rivera, ci testimonia anche che i lavori furono eseguiti con molta diligenza, e si presero precauzioni, per evitare incidenti agli operai: « ... con tanta diligenza e si lodevoli precauzioni adoperarono a prevenir gli accidenti, i quali avessero potuto costare la vita a' lavorieri, che in tutto quel decennio, debbono deplorare soltanto la perdita di un solo di essi, per la caduta di un macigno, che pareva ben concatenato, nel cielo dello speco. Particolare encomio, viene pure attribuito all'ispettore, Cav. Giura, il quale: « Formo il piano de' lavori, diresse sul luogo quelli difficilissimi per passare a traverso della frana, regolo, le operazioni geodetiche eseguite nel 1829 e conservo fino all'ultimo la direzione superiore de lavori dell'emissario ». Rimando per ulteriori interessi all'opera di Carlo Afan de Rivera « Il prosciugamento del lago Fucino e il progetto di restaurazione dell'emissario di Claudio ». Nell'anno 1842 fu emesso un decreto che condusse alla formazione di una società con capitale prevalentemente inglese per la restaurazione dell'emissario. Questa società incarico due ingegneri inglesi: Hutton Gregory e William Parker di redigere un progetto. Gli ingegneri inglesi arrivarono al Fucino nel settembre 1853, ed ebbero occasione di studiare una piena verificatasi nel primo semestre dell'anno.
 
Questa indagine si baso principalmente su indicazioni degli abitanti del luogo, che, tenuti presenti i danni provocati dalle escursioni del livello del lago, fornirono dati non reali. Questi ingegneri arrivarono ad accertare un aumento di livello di m 1,59 verificatosi nel semestre di quell'anno, e, nel loro studio supposero che quell'aumento fosse avvenuto in soli due mesi. Ritennero comunque che nelle peggiori condizioni, L'aumento di livello poteva essere di m 3,39 così ripartiti: m 1,80 nei primi due mesi; 0,74 nei due mesi succesivi, e 0,84 in altri otto mesi. La società non ritenne di poter assumersi L'onere della restaurazione dell'emissario, sia per L'esiguità del capitale raccolto (4.180.000 franchi), sia perché non ritenne idoneo il progetto elaborato dagli ingegneri inglesi. Fu a questo punto che il principe Alessandro Torlonia rilevo tutte le azioni della società, rimpolpo il capitale della società stessa, ed incarico L'ingegnere svizzero Franz Mayor de Montricher, di elaborare un nuovo progetto. Non mi soffermo sulle motivazioni che portarono al formarsi della società, ed al rilevamento di questa da parte del Principe Torlonia. Mi sembra comunque importante sottolineare, che la scelta dell'Ing. De Montricher, quale progettista delle opere, gia delineava L'importanza delL'epoca. De Montricher, infatti era insieme a Bermont e Brisse. uno degli ingegneri più famosi del suo tempo. Egli ancor giovane, aveva costruito il celebre canale della Durance, che fornisce L'acqua potabile e d'irrigazione a Marsiglia.
 
Lo stesso aveva conosciuto e apprezzato il Bermont. che entrato nell'impresa come capoufficio, a 23 anni. era stato promosso, dopo un biennio Direttore attivo dei lavori e capo sezione della diramazione fra Saint Loup e il mare. Bermont corrispose alla fiducia del suo Capo che da allora, lo considero come uno dei suoi migliori luogotenenti. De Montricher riuscì a formare una scuola di giovani ingegneri, che pieni d'intelligenza e di ardore, seppero ammirabilmente profittare delle lezioni di quell'uomo si eminente, e divenire tutti ingegneri di merito, ricercati a causa delle loro cognizioni e della loro profonda esperienza. Montricher, riusciva appena a fronteggiare le Sue numerose occupazioni per quanto fosse prodigiosa la sua attività. Egli non poteva incaricarsi dell'impresa del Fucino, se non a condizione di avere sopra luogo un sostituto (un secondo) nel quale riporre la sua più assoluta fiducia.

Questi fu Bermont, che si affrettò a rispondere al suo appello, recandosi in Avezzano, sulle rive del lago, nel settembre 1855. Anche L'ing. Brisse, aveva collaborato, con gli altri due nella costruzione del canale di Marsiglia, e, si trovo presto con loro anche nei lavori del Fucino. L'ingegner Montricher, sottopose al principe due progetti, per i quali lasciava al principe stesso libera scelta. Uno consisteva nell'ingrandimento e nel restauro delL'emissario romano: con questo progetto, però le parti più basse del bacino avrebbero tuttavia potuto venir inondate di tempo in tempo, durante parecchie settimane, nel caso di abbondanti piogge. Il secondo progetto, era più « pretenzioso », ma comportava una spesa molto maggiore, perché consisteva nel far scomparire L'emissario romano e sostituirlo, seguendo più o meno la stessa direzione, con un emissario più ampio (circa tre volte più ampio di quello romano) e che fosse in grado di mantenere il bacino completamente secco sempre.
 
Fu scelto dal Principe Torlonia questo secondo progetto. Le fasi principali di questa impresa, possono essere così riassunte: nel 1856, De Montricher iniziava la ricostruzione della parte inferiore dell'emissario sotterraneo, e riattivava i pozzi e i cunicoli. Avvenuta nel maggio la morte del De Montricher, i lavori vennero proseguiti dal Bermont. Questi dovette superare maggiori difficoltà a causa delL'innalzamento del livello del lago. Dal 1868 all'ottobre 1869, si potè costruire L'emissario. Il Bermont, fin dal maggio di quell'anno non lavorava più per il Fucino, e nel 1870 mori. Subentro a lui L'ing. Brisse. Nel febbraio 1874 fu elaborato un nuovo progetto dal."ing. Brisse, che contemplava la costruzione di un bacino arginato e modificava i collettori in precedenza proposti, sostituendoli con semplici canali di scolo.
 
Nuovi collettori orizzontali venivano progettati, con immissione parte nel canale centrale, parte nel bacino, a monte di una chiavica di scarico. Il Consiglio superiore, ebbe da ridire su questo progetto, riscontrando difetti al collettori di cui non era indicata la capacita. Per superare questa difficoltà venne nominata una commissione, col compito di elaborare un piano definito mediante un'ispezione locale. Non vanno dimenticati gli interventi e i pareri dati nell'elaborazione di questi progetti dall'ing. Elia Lombardini.
 
Pur non avendo ricevuto un incarico preciso da parte del Principe Torlonia, L'ing. Lombardini fu interpellato per esprimere pareri sui progetti elaborati dagli ingegneri francesi. Lo stesso Ing. Lombardini, ne fa cenno in una sua memoria: « ... In precedenza a tale ispezione, invitato dal signor principe Torlonia, ad occuparmi di questo accaduto e ad emettere un mio parere in base ai fatti o dapprima, supponendo che vi fossero questioni che si riferissero a circostanze locali da me non conosciute, declinai L'incarico, e, solo lo stesi dopo insistenti sollecitazioni del signor principe, e dopo che vidi riunita la commissione governativa, la quale trovò ammettere integralmente le mie proposte... Vi furono anche discussioni riguardo al compensi dovuti all'Ing. Lombardini. Il Principe Torlonia fini col pagare il compenso all'ing Lombardini, più che per il lavoro svolto, per una certa benevolenza, quasi per una carità.
 
In proposito l'Ing. Lombardini scriveva in una memoria: ... (lo Ing. Lombardini), ho risposto che i motivi addotti per L'invio di quella somma sarebbero tali da prendere il carattere di una elemosina... ed aggiungo che la ricevo invece, quale soddisfacimento di un debito contratto dal signor principe per opera da me prestata dietro incarichi ricevuti, merce la quale venne concretato un piano razionale per la bonificazione del Fucino e sostituzione di proposte inattendibili degli agenti dell'impresa. Gli ingegneri francesi evidentemente non stimavano L'Ing. Lombardini, che deve aver dato loro « filo da torcere ». D'altra parte questi progettisti francesi preoccupati di far apparire la loro grandezza e abilita tecnica, nelle loro memorie non diedero affatto importanza al contributi di questo ingegnere. Le critiche mosse dal Lombardini al progetto degli ingegneri francesi, possono essere così riassunte: riguardo al primo progetto di De Montricher: sostituire i tubi di ghisa con valvole poste alla bocca dell'emissario, con saracinesche; questo perché i tubi in ghisa avrebbero richiesto un notevole battente, e quindi potevano provocare un rigurgito considerevole, che avrebbe compromesso la bonifica; riguardo al progetti dell'ing. Brisse: la costruzione di un bacino ristoratore.
 
L'ing. Brisse in un primo tempo contrario, assunse poi quest'indicazione, forse come ci dice il Lombardini: « Non gia perché se ne riconoscesse la necessità, ma perché richiesto dal proseguimento dei lavori ». 
 
Infine, sempre al secondo progetto proposto dall'ing. Brisse, il Lombardini criticava la posizione orizzontale dei collettori. I dati tecnici per la costruzione dell'emissario Torlonia. possono essere così riassunti: il de Montricher, per il calcolo della sezione dell'emissario assunse come dato fondamentale la portata che dal Fucino poteva essere scaricata nel fiume Liri, e di conseguenza Il fondo dell'emissario Torlonia fu posto a m. 0,805 più in basso di quello romano, allo sbocco del Liri; solamente per i primi 360 metri la pendenza fu tenuta nel 2 per mille; la parte rimanente fu dell'un per mille. All'imbocco dell'emissario romano, questo nuovo emissario fu tenuto più in basso di m 3,25. La platea allo sbocco sul Liri fu stabilita ad un livello tale che la differenza di altezza fra la platea in questo punto e quello più profondo del lago risulta di metri 12,812. Come primo lavoro, si costrui una diga lunga complessivamente m 1.500, costituita da due bracci paralleli che distavano tra loro m 220 e che furono raccordati con un arco di 110 metri di raggio.
 
Questa diga, avente la funzione di isolare la testa delL'emissario romano ed impedire quindi che le acque, attraverso essa, entrassero nella galleria romana. Dentro la suddetta diga ne fu costruita un'altra per far fronte alle eventuali rotture della prima e per contenere le acque che filtravano dalla stessa. Questi lavori durarono praticamente fino al 1861, in quanto furono fatti in più riprese, poiché il lago nel periodo dal 1854 al 1861 ebbe un aumento di livello pari a m 3,35 circa. La costruzione del nuovo emissario inizio nel marzo 1856, e fu ultimata nel novembre 1869 in tutto meno che nelle opere murarie dell'attuale Incile. La Iunghezza delL'emissario risulto di m 6.301, dei quali m 2.574 furono senza rivestimento e costruiti nella roccia compatta. m 315 realizzati nella puddinga calcarea e rivestiti toni, m 4.412 realizzata nelle argille e nelle ghiaie o in rocce franose e furono rivestiti con muratura in pietra da taglio. Per realizzare la galleria furono aperti e restaurati vent'otto pozzi romani e furono attivati alcuni cunicoli per lo sviluppo di m 530 in totale.
 
Dal marzo 1856 al novembre 1869 vi furono periodi in cui i lavori furono sospesi temporaneamente per dare scolo alle acque. Le acque defluirono dal 9.8.1862 al 30.9.1863, per 417 giorni in cui il lago ebbe un abbassamento di circa m 4.25 Nel 1865 furono di nuovo immesse le acque nell'emissario, di cui risultavano costruiti m 5.842. Lo scolo durò fino al 1868 con saltuarie interruzioni. Il livello del lago scese di m 7,72 e la superficie coperta si ridusse a ha 9.400. Nel 1870, dopo aver costruito interamente L'emissario. fu dato nuovo corso alle acque fino al giugno 1875. data in cui scomparvero le acque dai punti più bassi della pianura emersa.
 
Furono intraprese opere di bonifica con la predisposizione anche di elementi molto più ampi e completi di quelli su cui fu basato il progetto. Rifacendosi al dati idrogeologici rilevati durante un ventennio di osservazioni, il Brisse progetto la canalizzazione principale. Questa canalizzazione comprendeva: un canale collettore principale, che partiva all'Incile dell'emissario e terminava a km 8 (in località tutt'oggi detta « 8000 »). La portata di questo canale era di 50 mc/sec. Due canali perimetrali, che intercettavano le acque affluenti dal bacino imbrifero verso L'ex-alveo, che scaricavano le acque in località « 8000 » a monte di un ponte chiusa costruito sul collettore principale. Fu inalveato il fiume Giovenco che, dopo aver percorso per metà della sua lunghezza L'argine posto a difesa dei terreni, immetteva la sua portata ancora nel Bacinetto a monte del ponte-chiusa predetto.
 
Dal canale collettore del Bacinetto, costituente il prolungamento del collettore principale, a monte del pontechiusa, per km 3,600, tutte le acque affluiscono nel Bacinetto e quindi nel collettore principale fino ad assicurare a questo la portata di 50mc/sec. L'eccedenza di acqua veniva trattenuta nel Bacinetto, dal quale veniva fatta scolare a gravità, non appena lo stato del collettore lo consentiva. Del saltuario allagamento del Bacinetto si era tenuto conto destinandolo a prato. I lavori furono completati con le seguenti opere: La costruzione di fossi secondari attestati con saracinesche al canali esterni, distanti L'uno dall'altro km 1 perpendicolari al collettore centrale e sfocianti in esso nel tratto dal km 3 al km 8 dell'Incile. La costruzione di fossi secondari paralleli al collettore centrale e sfocianti in esso attraverso i fossi che portano il N' 7 e 45 a distanza di km 1 L'un dall'altro, nei terreni del Fucino delimitati dalla circonfucense e dai fossi N' 7 e 45, compresi tra L'Incile e la località « 8000 » (km 3 dall'Incile). La costruzione di due canali paralleli ed esterni alla diga di ritenuta del bacinetto necessari per raccogliere le acque zenitali condotte verso il Bacinetto stesso. La costruzione di fossi posti sempre a distanza di km 1 perpendicolari o paralleli al collettore centrale e sfocianti tutti nei due canali. L'Incile e stato così ricostruito: nove metri prima di giungere alla sua testa, L'emissario si allarga ad imbuto, tanto da raggiungere una sezione di circa 43 mq.
 
Qui sono poste le chiaviche di sicurezza a capo della galleria. Queste chiaviche sono due ed hanno una superficie di mq 10. Queste sono sostenute da una costruzione in muratura avente spessore di m 6. Sopra questa muratura e stata costruita una camera, a cui si accede dall'esterno tramite una gradinata a chiocciola, che permette di girare intorno alle saracinesche. Un'altra gradinata da accesso in un corridoio situato sul piano stesso della camera, ed e comunicante con un pozzo, in cui vi e pure una gradinata che sbocca nella galleria dietro le saracinesche. Una costruzione al livello del piano di campagna, al di sopra delle costruzioni descritte, contiene i meccanismi per il funzionamento delle saracinesche e L'abitazione del custode. Sopra questa costruzione e posta la statua della Vergine. Di fronte a queste costruzioni vi e un bacino quadrato di lato lungo m 20 e profondo m 15,55.
 
Questo bacino e composto da due piani. Uno al livello del fondo dell'emissario, e terminante con un gradio alto m 2,75. La parte superiore consta di un altro piano al livello della testa del canale scoperto, che e destinato a versare le acque del lago nella vasca e quindi nell'emissario. Sopra questo piano, vale a dire a m 20 dall'ingresso della galleria, sono costruite le cateratte atte a regolare lo scolo delle acque. Queste comprendono tre archi di ponte ciascuno con sezione di mq. 34 che, tramite saracinesche. possono essere ermeticamente chiuse. La regolazione delle acque avviene tramite degli argani posti su rotaie di ferro, al di sopra di ciascuna delle aperture. Al di la di queste cateratte parte il canale a cielo aperto, che porta le acque del lago all'emissario. Questo canale e profondo circa m 12, lungo km 8 e con pendenza uno per mille.
 
La sezione trapezoidale ha una larghezza sul fondo di m 15 e di m 24 a tre metri di altezza dal fondo. Poco ci viene detto, negli scritti lasciatici su questi lavori dal de Rotrou e dal Brisse, sulle tecniche usate per la costruzione e sui materiali impiegati. Il de Rotrou ci dice, nel suo volume sul prosciugamento del lago, che per il trasporto dei materiali venne usata la stessa tecnica usata dai Romani; quella cioè di farli immettere nella galleria attraverso i pozzi, tramite carrucole ed argani messi in movimento non più da uomini, come al tempo dei Romani, ma da cavalli. Poco ci viene detto anche sui materiali usati. Si parla esclusivamente della pietra da taglio che servi per i rivestimenti, e di una descrizione del cantiere sui Campi Palentini (alle falde del Monte San Sebastiano, località oggi denominata Santa Barbara, dalla cappella che il principe vi fece costruire) e della formicolante attività che vi si ammirava. Per quanto riguarda le malte, si dice semplicemente che esse erano composte di calce e pozzolana locale. estratta dai Campi Palentini. Come ci testimonia il Pietrantoni, nel 1918 L'ing. Garroni, gia specializzato nei lavori del traforo del Sempione, fece una prima visita alL'emissario. Egli noto delle deformazioni dei rivestimenti e fece eseguire anche dei puntellamenti.
 
Nel punto d maggior deformazione, si noto un restringimento di un quinto della larghezza della luce, che da m 4 era divenuta m 3,20. Le malte delle parti a contatto con L'acqua furono trovate perfettamente molli ed incoerenti, tanto da riuscire ad asportarle col dito. Esse avevano assunto L'aspetto di una malta grigia e molliccia. Queste malte risultarono essere formate da calce e pozzolana, estratta proprio dai Campi Palentini, ed essersi rammollite per i,' continuo contatto con L'acqua. Si tratta di quelle pozzolane di cui sono coperti i monti della Marsica, e che i Romani si erano ben guardati da usare per le loro murature Certamente ci meravigliano questi dati, sapendo soprattutto che lo studio delle calci idrauliche fu un vanto dell'ingegneria francese e che i costruttori del Torlonia erano tra gli ingegneri francesi più in vista a quel tem po. Infatti L'ing. Vicati fin dal 1812, aveva iniziato lo stu dio sui materiali idraulici e aperto la strada a nuove scoperte, che portarono alla artificiale fabbricazione delle calci idrauliche.
 
La costruzione dell'emissario Torlonia rappresentò pro babilmente per le popolazioni marsiche un incentivo per un progresso, e forse mutò il volto sociale ed economia di quella terra. Il de Rotrou ci dice che quando furon iniziati i lavori per L'emissario, la popolazione marsica viveva in una estrema povertà, ed era privata delle cose più necessarie alla vita. Pertanto, come tutte le popolazioni in tal miseria, era priva di una qualsiasi iniziativa che potesse risollevarla da quello squallore. E chiaro che L'aprire il cantiere per la costruzione del nuovo emissario segno una trasformazione. in quanto offri posti di lavoro e, quindi, salario alla gente marsica, e sviluppo uno spirito di intraprendenza e di associazione. Con questa attività comincio anche un certo benessere per le popolazioni marsiche, e così alcuni si industriarono a produrre legnami, calci, pietre per il cantiere. ciò dovette anche essere necessario, in quanto le vie di comunicazione con i centri di produzione del Regno di Napoli erano estremamente carenti e difficoltose: si preferì quindi produrre i materiali occorrenti, il più possibile, in loco. L'emissario Torlonia determino, inoltre, - con il recupero delle terre sottratte al lago - un indirizzo di sviluppo per quelle popolazioni. Le terre sottratte, infatti, furono destinate all'agricoltura, che - per quanto riguarda la produzione di barbabietole da zucchero e patate, e tuttora fiorente. Senza addentrarmi ulteriormente negli aspetti sociali ed economici, mi preme sottolineare, comunque, come il prosciugamento del lago Fucino abbia un po' « forzato » la vocazione territoriale e produttiva della regione marsica.
 
Probabilmente, se il lago non fosse stato prosciugato completamente, ma solo contenuto nei suoi limiti, evitando così le inondazioni (come era nel primo progetto dei Romani), sarebbe stato diverso lo sviluppo di questa regione; avremmo, infatti, assistito con tutta probabilità. dalla fine dell'800 in avanti, ad uno svilupparsi de stria turistica ed alberghiera e al fiorire di località di villeggiatura lungo le coste del lago.